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Intrapresi il primo
viaggio in India nel 1991, amore
a prima vista, anche se devo essere sincero, l’impatto con la realtà indiana
non fu così idilliaco; la povertà, la sporcizia, il caos, gli odori forti a
volte insopportabili, mi portarono ad affrontare il viaggio con un certo
distacco, ma la spiritualità dei luoghi, la dolcezza delle persone,
l’intraprendenza del popolo indiano, mi avvolsero al punto tale da arrivare
ad amare questo paese con tutte le sue contraddizioni.
Da allora sono tornato in
India diverse volte, visitando il Nord, alla ricerca dei diversi monasteri
dispersi nell’alto Himalaya,
isolati dal mondo ed inerpicati in cima a stupende montagne, dove si respira
un’aria pulita, rarefatta, e si vive un’atmosfera serena.
Sono poi stato nello stato
del Bihar, una delle regioni più
povere dell’India: qui ha avuto l’illuminazione il
Buddha, così racconta la leggenda; ho visitato
Calcutta, la città di Madre
Teresa, molto povera, ma allo stesso tempo imponente; qui l’impatto
emotivo è molto forte e l’aiuto, dato alla povera gente dalle suore della
congregazione di Madre Teresa, è molto importante.
L’India non è solo città,
templi, monasteri, ma è anche natura; infatti nel sud ovest del paese si
trova lo stato del Kerala, il cui
nome significa “terra delle noci di
cocco”, ed è proprio sotto l’ombra delle palme che ci si può riparare
dal forte sole tropicale ed usufruire delle
pratiche ayurvediche, con
massaggi e trattamenti vari.
Il massimo della sacralità
indiana la si vive sul Gange, il
grande fiume sacro che nasce dal ghiacciaio dell’Himalaya e scende fino a
sfociare nel mare del golfo del
Bengala, in prossimità di Calcutta.
La città sacra per
antonomasia è Varanasi, o Benares,
dove la gente va in pellegrinaggio da tutta l’India, per purificarsi lavando
i peccati di tutta una vita nel Gange e per morire. Sì, perchè il sogno di
molti Induisti è poter morire a Benares, farsi cremare e disperdere le loro
ceneri nel Gange, credendo così che si possa ottenere la liberazione dal
ciclo delle reincarnazioni. Alla mattina presto, prima dell’alba, in una
fitta nebbia, sulle rive del Gange sui
Ghat si possono osservare
migliaia di persone impegnate nelle loro abluzioni, riti, operazioni di
pulizia quotidiana, adulti, anziani, uomini, donne, bambini, tutti sono
immersi nella loro spiritualità, non fanno caso alla sporcizia dell’acqua,
non fanno caso che a pochi metri c’è il Ghat dove vengono cremati i defunti,
dove le ceneri e tutto quello che rimane del corpo, più o meno bruciato,
vengono buttati in acqua.
Non si può parlare
dell’India senza parlare dello Yoga,
che infatti è nato in India 3.000 anni prima di Cristo e la capitale
mondiale è Rishikesh, cittadina ad alta intensità spirituale, appollaiata sulle
prime pendici dell’Himalaya, divisa in due dal sacro Gange. Lì ho potuto
partecipare a lezioni di Yoga in vari
Ashram e osservare, incantato, le evoluzioni armoniche, da un’asanas
all’altra, di diversi Sadhu sulle
rive del Gange: uno “spettacolo” straordinario.
La bellezza dell’India è
data anche dalle grandi contraddizioni, dalla forte spiritualità che riesce
a tenere insieme persone di diverse religioni, dalle grandi opere
architettoniche costruite dai potenti
Maharaja, dalla semplicità delle persone più povere e da tutta la loro
umanità.
Un viaggio in India vuol dire fare un salto nel passato, un passato che
però convive quotidianamente con una modernità economica in continuo e
veloce cambiamento, dove si possono vedere donne avvolte nei loro
meravigliosi e colorati sari, a
conversare con donne e uomini vestiti all’occidentale in un bar alla moda
nel centro di Delhi; fino ad
arrivare a vedere un carro trainato da buoi che cerca una via d’uscita nel
traffico cittadino, facendosi largo tra automobili dell’ultima generazione,
biciclette, risciò, mucche e migliaia di persone. |